Un metodo o tanti metodi? Passione o rigore scientifico?

Parte 1

Questo articolo (ma anche tutti i post di risposta e confronto che ne seguono!) mi permette di entrare un poco più a fondo in una questione che vista da “lontano” (un metodo puó essere visto come panacea di tutti i mali?) a me pare chiarissima (secondo me no: nessuna panacea in un’unica strada da percorrere) ma che in realtà, nella vita quotidiana e di classe, e parlando di alcuni “metodi” in particolare, mi viene meno facile snocciolare…

Il metodo Bortolato e la fortuna di avere una buona stampa…

Cito dall’articolo:

“…la matematica non sta nel biberon, come non sta nel biberon il linguaggio o il saper suonare uno strumento musicale. La matematica è un costrutto culturale e il suo apprendimento/insegnamento richiede sforzo, sforzo che ovviamente può essere piacevole (e qui interviene la didattica). Convincersi del contrario secondo noi è molto pericoloso sia per gli insegnanti che per gli allievi…”

“…E allora siamo sicuri che un metodo che permette, nel migliore dei casi, di ottenere risposte giuste (prodotti) in contesti meccanici sia significativo per l’apprendimento della matematica?

Noi crediamo di no, crediamo che l’insegnamento della matematica, soprattutto nel primo ciclo (ma non solo) debba in primo luogo insegnare il gusto di chiedersi e del cercare il perché delle cose, il gusto di argomentare le proprie posizioni in maniera coerente e articolata, proprio come richiedono le Indicazioni Nazionali per l’insegnamento.

È un obiettivo educativo molto più complesso di insegnare a dare risposte corrette a domande pre-confezionate, ma, proprio per questo, molto più affascinante per insegnanti e allievi.”

Che ne pensate?

Qui il post sulla pagina Facebook

https://www.facebook.com/rossigiunti/posts/1308134952619377

Un metodo o tanti metodi?

Passione o rigore scientifico?

Parte 2

Chiaramente il termine metodo, leggendo questo articolo dove si parla di “metodo Singapore“, appare in contrasto con il suo significato contestualizzato nell’articolo del primo post con questo titolo (a questo link: https://www.facebook.com/rossigiunti/posts/1308134952619377 ): qui si parla di metodo come risultato di una enorme ricerca, a livello globale, che andasse a cercare il meglio di tutti percorsi di sviluppo della didattica della matematica in giro per il mondo; nell’altro articolo, si parla di metodo come risultato di un percorso fondamentalmente “personale“.

Matematica che paura! Il metodo Singapore

Qui il post sulla pagina Facebook

https://www.facebook.com/rossigiunti/posts/1310000065766199

Un metodo o tanti metodi?

Passione o rigore scientifico?

Parte 3

Fai clic per accedere a 848%20Panacee.pdf

…Ovvero : la rivolta di Forlì (libera mia interpretazione 🙂 !!)

Un bellissimo sguardo storico, con citazioni puntuali, ci racconta quanto negli ultimi anni ciclicamente sia comparso e poi scomparso un metodo univoco (o uno strumento) di apprendimento della matematica “in grado di risolvere ogni problema”.

La cosa veramente interessante è la chiarezza con cui ogni panacea, raccontata nel suo fallimento in quanto panacea, venga poi valutata come una delle tante strade che si possono tranquillamente utilizzare, previa la consapevolezza dei suoi limiti e criticità (sottolineando quindi il valore irrinunciabile dell’ autonomia di insegnamento “cum grano salis e senza vacue illusioni”)

Cito dal documento :

(…) Il giorno 8 maggio 1993, su iniziativa di alcuni direttori didattici romagnoli (soprattutto forlivesi e ravennati), si tenne a Forlì, in una elegante sala del centro, quello che gli organizzatori avrebbero voluto fosse un duello a sangue fra il vecchio eroe dei blocchi logici e un giovane esponente di questa nuova didattica dell’apprendimento che, nata in Francia, aveva fatto piazza pulita di tutte le illusioni e le panacee, creando una disciplina scientifica. (…)

(…) La prima battuta del duello venne affidata a Dienes, il quale spiegò quale era stato il suo sogno nel creare la propria teoria, quali erano state le sue aspettative nel creare i suoi strumenti, in particolare i blocchi logici; ma spiegò anche che si era reso conto da solo (fosse vero o no, fu un gran bel colpo teatrale da parte sua) della debolezza cognitiva del suo lavoro; raccontò che, di fronte all’uso che dei suoi strumenti vedeva fare, si era da solo messo le mani nei capelli ed aveva singhiozzato: «Dio mio, che cosa ho combinato». E il gesto teatrale fu assai eloquente. (…)

(…) Il che non vuol dire che non si possano usare, basta che non siano confusi con panacee inesistenti e che chi li fa usare ai propri allievi lo faccia cum grano salis, consapevole dei limiti, senza vacue illusioni. Tutto quel che di matematica si può fare con i blocchi logici si può fare con foglie, tappi di bottiglia, soldatini, figurine.

Qui il post sulla pagina Facebook

https://www.facebook.com/rossigiunti/posts/1310773282355544

Un metodo o tanti metodi?

Passione o rigore scientifico?

Parte 4 :

La comunità scientifica inizia a muoversi compatta e a prendere posizione!

http://www.umi-ciim.it/2018/03/15/comunicato-della-ciim/

Qui il post sulla pagina Facebook

https://www.facebook.com/rossigiunti/posts/1320458578053681

Parte 5

Gli studiosi iniziano ad andare in profondità

Errori, lentezza e tabelline. Rosetta Zan e Anna Baccaglini-Frank intervengono ancora sul metodo analogico

Qui il post Facebook

Djembe-Ta nelle scuole: lo SHOW

Che dire, grazie 1000 e ancora 1000 grazie alle insegnanti che mi hanno coinvolto e ai bambini che hanno deciso di lasciarsi guidare…

È sempre una grande emozione vivere LO SHOW, il momento conclusivo dei laboratori, con l’adrenalina da messa in scena che acquista un valore pedagogico e strutturante molto importante…

Nei primi anni vedevo il momento finale dello spettacolo come qualcosa in più, dal punto di vista didattico, assolutamente in secondo piano rispetto alla dinamica dell’ora di laboratorio…

Negli ultimi anni questo punto di vista si è assolutamente modificato, dando un grosso valore al momento dello spettacolo, dove un turbine di emozioni deve essere gestito e dove (per gestire le emozioni) il più grande aiuto è: respirare, fare mente locale e (per qualcuno) decidere di seguire la mia richiesta (esplicita nel suo essere metodo di lavoro) di assumersi la responsabilità della musica utilizzando la voce e cercando di stringere il legame all’interno del proprio gruppo ritmico.

È stata una mattina decisamente piena di energie positive e stimoli!

Grazie ancora alle classi terza A, quarta A e quarta B e quinta A e alle loro insegnanti della scuola primaria Decio Raggi di Forlì !!!

Quanto è bella la scuola fatta e vissuta con passione!

Stamattina, prima di scaricare gli strumenti per l’ultimo incontro in una scuola qui a Forlì, sono andato a salutare i bambini e le maestre di una classe quarta con cui l’anno scorso avevamo fatto il percorso dei tamburi… Sono arrivato nel pieno di un momento del loro progetto di “lettura in piazza”…L’aria era carica di una forte e magica energia, si vedeva la luce negli occhi di tutti i bambini e la gioia e la passione nell’esporsi al pubblico, con la sola mediazione di un leggio e di un microfono (strumento assolutamente non facilitante)…

Il racconto del progetto mi ha entusiasmato: una profonda e condivisa ricerca di testi, la grande attenzione all’esposizione e alla teatralità (con l’evidente risultato di aver colpito nel segno il lato emotivo dei bambini), la speculare grande attenzione alla lettura dei compagni… un pubblico attento e partecipe… (Per non parlare di un bimbo che in questo tipo di percorso ha sicuramente trovato una delle sue strade in cui la propria espressività è più libera di manifestarsi… Un genio!)
Trovo che un progetto del genere sia una potenza didattica in grado di avere enormi benefici sulla qualità della vita quotidiana all’interno della scuola e un valore aggiunto alla fondamentale capacità di “imparare ad imparare”.
In ambito disciplinare, nella mia ignoranza, mi sembra evidente l’importanza di questo percorso in ottica non solo di esposizione ma anche di comprensione del testo (oltre che, ovviamente, di passione alla lettura)…
Insomma, è stato un inizio di giornata assolutamente positivo, che tiene la barra dritta sulla consapevolezza che la scuola di oggi ha ancora tantissime bellissime carte da giocare, nonostante le enormi e sempre maggiori difficoltà…
Grazie di cuore alla passione di tutte le maestre e di tutti i maestri, lo dico prima di tutto da padre…

Metod-I: Diario di bordo, data astrale 27 marzo 2016 – Capitolo uno bis

Ho trovato quesa presentazione di “Mario Valle, sono ingegnere elettronico e da 8 anni lavoro come “Visualization Scientist” al Centro Nazionale Svizzero di Supercalcolo (CSCS) e da 16 sono in mezzo ai numeri e agli scienziati che li usano.”…

Cliccate qui per leggerla e guardarla 🙂

Ho trovato un interessante spunto di riflessione, seguendo le sue linee di sviluppo, relativamente al concetto di METODO.

Un “metodo” (o presunto tale) nasce dalla personale esperienza del suo “creatore”…Percorso di elaborazione personale, basato su esperienze personali…sicuramente valide e interessanti, ma personali (o meglio troppo facilmente circoscrivibili al qui e or)a… Perché parlare di metodo nasconde il rischio di usare il termine come sinonimo di PANACEA!!

Il bello dei “metodi personali” è che nascono da esperienze positive, funzionali, incisive…hanno prodotto risultati degni di attenzione…

La lungimiranza deve stare nel guardarsi intorno e cercare di prendere “il meglio” (o sarebbe più sensato dire le brillanti idee) dei vari metodi e per cercare di capire come costruirsi una sorta di biblioteca delle strategie a cui attingere nella personale (dell’insegnante) ricerca DELLE (“maiuscoleggio” per sottolineare il plurale:-) ) soluzioni adatte agli obbiettivi specifici che ci troviamo via via ad affrontare…

 

Altro aspetto VERAMENTE INTERESSANTE è il focus, o il filo conduttore, della presentazione : L’ESPERIENZA COME FONDAMENTALE PASSAGGIO PER LA COMPRENSIONE (e per la costruzione del ragionamento astratto) !!

 

IMPARARE AD IMPARARE / Ragionando intorno ai laboratori nelle scuole di Djembe-Ta

Nei miei laboratori di percussioni africane con i bambini, il mio primo obiettivo non è nè musicale nè “interculturale” ma di consapevolezza : la tensione è rivolta a far si che i bimbi si convincano che il metodo che propongo di seguire puó mettere ognuno di loro nelle condizioni di essere AUTONOMO; nella ricerca, nella verifica, nel superamento dell’ostacolo perchè AUTONOMO anche nella sua individuazione.
Si tratta ovviamente di un percorso che ha bisogno di tempo ed esercizio ma è la chiave (l’autonomia, non lo specifico metodo) per avere tra le mani la CAPACITÀ di IMPARARE. Le percussioni africane (nello specifico le percussioni “dell’orchestra malinkè”) sono semplici nella loro gamma espressiva (hanno dai due ai quattro suoni) ma (possono essere) estremamente complesse nel loro sviluppo ritmico (un po’ come le misure: 1 m = 10 dc = 100 cm etc. …La semplicità di un segmento è fatta di un numero infinito di punti).

…Poi c’è la tecnica : il tamburo “djembe” ha di base 4 suoni; la tecnica è fondamentale per la produzione chiara di questi suoni ed è una ricerca lunga non proponibile in un laboratorio scolastico se non attraverso la sua “tradizione” : la CONSAPEVOLEZZA!

Nello stesso punto del tamburo si trovano due suoni distinti (medio e acuto) : io VOGLIO sentire quel suono e lo faccio !

La tradizione ha, peró, la “particolarità” di vivere in un contesto decisamente influente sull’ “ABITUDINE A …” (da cui l’enorme errore e falsità insita nel luogo comune “ha la musica nel sangue”).

Quattro suoni: grave, medio, acuto, stoppato (si impedisce alla pelle -membrana- di vibrare).

Utilizzando le sillabe ed individuando le vocali come chiave di lettura, in una sorta di solfeggio, i suoni sono rispettivamente tradotti in : cum (o “pom”), pem, pam (o “pim”), cia (o “sa”).

A questo punto ho la consapevolezza di dove (fisicamente, sul tamburo) devo cercare i suoni, e la consapevolezza sonora del suono che devo “cercare” di produrre.

La musica, quindi, diventa prima di tutto una canzone, fatta di parole musicali (ma è divertente trovare parole con significato che sillabicamente rispettino la “melodia ritmica”) dove anche l’intonazione puó essere un elemento di aiuto (strategie di memoria) ma dove l’unico ostacolo vuole essere il rispetto del binario comune su cui fare scorrere il treno musicale : il tempo (il beat).

Sarà quindi la voce a guidare il corpo nella produzione musicale, insegnandoci automatismi e strategie per rendere semplici l’apprendimento e l’esecuzione di “frasi” via via più complesse (la musica diventa -e qui la cultura “Ovest Africana” entra a gamba tesa- una lingua da imparare passo passo, andando a cercare nella parole già imparate la chiave per capire i significati di parole nuove, o conoscere la sintassi per memorizzare una lunga sequenza di dialogo tra due tamburi… Dal metro al decimetro al centimetro alle somme o alle frazioni.

I miei laboratori hanno una durata che normalmente va dai 7 ai 10 incontri da un’ora ciascuno (poco per poter suonare uno strumento musicale mai visto prima!) e può succedere che lo spettacolino finale venga riproposto (live) in differita, qualche mese dopo la fine del percorso, alla festa di fine anno (senza incontri di prova generale con i tamburi, solo una “cantata prima dello show” ).

La consapevolezza di avere tra le mani la chiave (LA VOCE) per vivere positivamente uno spettacolo a mesi dall’ultima prova è come una splendida piuma di Dumbo (e come tanti piccoli Dumbo, lo spettacolo è il momento in cui la penna sfugge ma ci si rende conto che si riesce a volare comunque!)

Quest’anno ho avuto la possibilità di continuare a sperimentare la continuità (quarto anno) nel percorso con gli stessi bambini: li ho visti crescere (in prima il più grande ostacolo è motorio e di organizzazione del corpo…poi viene l’attenzione 🙂 ), osservato lo svilupparsi delle relazione e la formazione dei legami di gruppo (quanto è positivo il CLIMA della classe nel lavoro ???!!!) e quest’anno mi sento di dire che le mie richieste non erano per nulla differenti da come mi pongo nel corso settimanale per adulti !

Ho avuto la fortuna di avere come maestro (in Guinea nel 2001) un bimbo di 11 anni. Si chiamava “Petit” Mohamed, che purtroppo è morto due anni dopo… Oltre ad essere stato un vero insegnante, uno splendido bimbo e un prodigio musicale, mi ha insegnato che i bambini possono tutto ma devono AVERE DECISO! Bisogna che si accenda una scintilla e che l’insegnante (il maestro di Mohamed si chiama Yadi Camara, un formatore appassionato e innamorato del suo “lavoro”) sia sempre pronto a rianimare la scintilla o alimentare le fiamme…  Non per interposta persona ma fornendo gli strumenti perchè possa essere sfamata la fame da legna da ardere (INSEGNARE AD IMPARARE)…

La scintilla puó generarsi solo se la decisione è spontanea, motivata… …CONSAPEVOLE.

Quando si prende una strada che nel tempo si riconosce come funzionale bisogna imparare a gestire la realtà per la quale su quella strada non si è soli…

Credo di avere una grande fortuna nel vivere la gioia del mio (nel senso “del mio piccolo”) essere insegnante, che è usare uno strumento didattico estremamente affascinante e coinvolgente (i tamburi) e l’aver raramente incontrato classi troppo eterogenee…Ma la vera fortuna sta nel tenere “come fari nella notte” le rare volte in cui ho avuto serie difficoltà “ad arrivare in fondo”, perchè mi hanno messo in crisi, e imposto di cercare altre strade…quelle strade cerco di riviverle, ripercorrerle, per poterle riconoscere (o ricordare che comunque ne esistono altre) se il mio comodo sentiero sul prato fosse nuovamente inagibile.

Insomma, ripensando alla mia scuola media sperimentale di fine (tre quarti) anni ’80 in cui si faceva (appunto) sperimentazione “interdisciplinare”, allacciandoci l’esame di antropologia teatrale in cui nello splendido libro “Larte segreta dell’attore” Eugenio Barba parla del passaggio fondamentale per l’attore “da APPRENDERE ad IMPARARE AD APPRENDERE, e Bruno D’Amore che parla di didattica come arte della chiarezza (attenzione alle abitudini che passano per regole!), i bambini ci insegnano che se diamo loro strumenti e materiali, hanno la capacità e la voglia di costruire da sè le chiavi con cui aprire le porte che man mano incontreranno sulle loro strade!

Questo è un video di ripasso (a casa o a scuola 🙂 )

Questo lo spettacolo con una classe quinta

Il metodo mi ingabbia…

…”Cmq, se a volte considero il canto-mani la mia preziosa salvezza per uscire da certe difficol-ta’,e lo sento che e’ una forza, altre invece si trasforma quasi in una ‘gabbia’ dalla quale fatico ad uscirne, col rischio magari di togliere spazio ed energia all’osservazione e all’intuito..senza quella sono persa,e’ giusto?mi sto concentrando troppo su quello e trascuro altro?”

Quello che vi propongo è UN metodo (non IL metodo) che ha come reale obbiettivo l’autonomia (oltre ad essere per me “LA strada” nell’approccio a questa musica e a questi strumenti)…

Attraverso la voce si prende consapevolezza dei suoni e del ritmo perché trasferiti su di un canale espressivo “agevole”…

Ma questo essere agevole, lo è veramente? Lo è sempre e comunque? … Secondo me si (o per quel che mi riguarda, si), ma deve essere di volta in volta modellato e sviluppato (certe frasi veloci possono essere più complicate a voce che sulle mani (e di conseguenza se l’esecuzione è “abitualmente” – o metodologicamente – legata al solfeggio, il rischio è quello di bloccare e non agevolare l’esecuzione, se il cantato non si sviluppa per superare le difficoltà)

…Ma siamo sicuri che senza voce siamo già in grado di “fermare” i suoni che dobbiamo fare?

Sicuramente il metodo (o la modalità) va adattata e “invertita”: quando il lavoro proposto parte dal djembe e non dalla voce, bisogna lavorare al contrario (cercando di essere sempre work in progress – eseguo random mentre cerco piano piano di tradurre in consapevolezza sillabica).

E’ un lavoro che passa attraverso l’esercizio (come ogni cosa, senza esercizio l’assimilazione è moooolto più lunga…anche di un metodo di lavoro) e l’arricchimento del proprio vocabolario musicale (più parole conosco e più posso lavorare per assonanze o similitudini).

…quindi se in certi momenti vi sentite chiuso@ in gabbia, allora è arrivato il momento di lavorare sulla malleabilità del metodo ! Renderlo vostro anche in situazioni non familiari (non abituali) o addirittura ripudiarlo per un eventuale valida alternativa che sentite più vostra !

Riflessioni – Djembe-Ta e didattica !?!

DJEMBE-TA (approccio alle percussioni dell’Africa dell’Ovest) e DIDATTICA

… Ultimamente mi piace dire che ho una “mia didattica”, costruita negli anni …

… Ma perché “mia” ?

… Cosa significa realmente “didattica” (almeno come la intendo io) ?

Sicuramente non la intendo “mia” perché la uso io, ma perché mi sono reso conto che, inconsciamente all’inizio e ragionandoci in seguito, uso una sorta di scaletta degli argomenti e costruisco tutto il percorso intorno ad un “prerequisito” o meglio una “modalità di lavoro” (che diventa prerequisito perché chiedo esplicitamente che venga seguita) che ritengo fondamentale (una sorta di “garanzia per il raggiungimento del risultato”, di “propedeutica” al percorso). Ed è proprio la “modalità di lavoro” ad essere il fulcro del “percorso musicale” che propongo, fatto di passaggi consequenziali, punti di riferimento e riflessione.

Un percorso quindi non casuale ma ragionato e strutturato (ovviamente non una struttura rigida ma modellabile sulle specificità).

L’IMPORTANZA DELLA VOCE : La voce rappresenta il passpartout, la presa di consapevolezza, la messa in discussione e la verifica… La voce è la “chiave di volta” in Djembe-Ta. Con la voce abbiamo chiari i suoni e le dinamiche (che ancora il corpo non riesce a riprodurre), abbiamo reale consapevolezza di quello che dobbiamo fare e abbiamo la possibilità di non avere bisogno di suggerimenti o supervisori.

Per poter godere al meglio dei benefici dell’uso della voce, dobbiamo prima di tutto fare i conti con il nostro carattere. Perché nonostante sia il mezzo espressivo che più siamo abituati ad utilizzare (o forse proprio per questo), la voce può diventare una sorta di “specchio del sé”, uno specchio che ci mette davanti a noi stessi, in grado di farci conoscere lati del nostro carattere che inconsciamente occultiamo, o, più facilmente, capace di amplificare le nostre insicurezze e debolezze.

In questo senso Djembe-Ta può diventare una sfida con se stessi (non solo musicale) che bisogna voler affrontare, perché subdola per come si presenta e si palesa (associata a quel conduttore energetico che è la musica): l’importanza dell’uso della voce viene spesso compresa dopo del tempo, tempo in cui il potere della musica d’insieme di affascinare e coinvolgere si trasforma in collante; a quel punto accettare o meno l’eventuale sfida con il proprio carattere si lega alla magia del momento musicale e non accettare quella sfida diventa allora una seconda sconfitta con cui fare i conti.

La tensione dell’insegnante deve essere a quel punto diretta a sostenere una scelta difficile (che può rimanere tra l’altro inconsapevole), e la sensibilità deve essere tale da riuscire ad individuare quei momenti e non fraintenderli o leggerli (con effetti disastrosi) come non voglia o, peggio, come incapacità (che sarebbe un secondo gravissimo errore).

Metodologicamente è importante porsi (e proporre) degli obbiettivi velocemente raggiungibili, procedere a piccoli passi (riconoscibili come traguardi) che diano un senso facilmente leggibile al percorso, che si propongano anche come momenti di appagamento per non permettere all’ego di trovare vie di fuga alle prime difficoltà.

Approcciarsi alla musica in un corso collettivo è la classica medaglia a due facce: da un lato (A) è un cuscino in grado di limare le difficoltà perché emotivamente pieno, dall’altro (B) un cuscino talmente morbido da poter diventare “alloro su cui adagiarsi”.

Questo porta ad una scelta a monte (rispetto all’eventuale sfida con il proprio carattere), che è la classica linea che separa il passatempo dalla passione: quale dei due lati della medaglia mi appaga di più?

– lato B : all’arrivo delle inevitabili difficoltà relativamente grosse sarà facile l’abbandono.

– lato A : più grosse saranno le difficoltà più sentito sarà l’aiuto che si trova nel gruppo e nella consapevolezza del percorso intrapreso.

Purtroppo con l’allievo “B” c’è poco da fare, la guerra col gusto è una guerra persa…ma l’allievo “A” deve a quel punto smettere di essere una semplice lettera (“A”) e tornare ad avere un nome per essere seguito nelle sue specificità, perché sarà quello il momento in cui si finisce di leggere l’introduzione e comincia la vera avventura (lo svolgimento, la narrazione) !!

Introduzione : Fascino – Emozione – Difficoltà – Consapevolezza – Decisione

Svolgimento  : Emozione – Difficoltà – Emozione – Superamento delle difficoltà

Una volta scelto il lato della medaglia, il percorso è fondamentalmente costruito su due binari :

1 : studio del linguaggio (costruzione del vocabolario e importanza delle “frasi fatte”, pause, accenti, montaggio del discorso, coerenza espressiva, attenzione agli interlocutori, etc…)

2 : sviluppo della tecnica espressiva (ricerca dei suoni, indipendenza degli arti, lavoro sulla velocità, sulla forza, sulla leggerezza, etc…) …

…ma questa è una storia che si scriverà in seguito…

Schematizzando:

LA DIDATTICA di DJEMBE-TA

PROPEDEUTICA (1,2) – PASSO PASSO (3,…)

1 : VOCE AL CENTRO DEL LAVORO – esercizi per impadronirsi del linguaggio : rapporto sillabe/suono

2 : PENSIERO / ELABORAZIONE / AZIONE : la mente, attraverso la voce, muove ed educa il corpo – esercizi di educazione alla sinergia

3 : MUSICA COME LINGUAGGIO / FORMAZIONE DEL “DATABASE” / TECNICA COME POTENZIAMENTO DEL CANALE ESPRESSIVO – esercizi per impadronirsi del linguaggio : cellule che ritornano – esercizi per impadronirsi del linguaggio : inversione di vocali – esercizi per impadronirsi del linguaggio : cambia l’accento cambia il rapporto con la pulsazione – esercizi per impadronirsi del linguaggio : stesso accento ma diverso rapporto con la pulsazione – esercizi per impadronirsi del linguaggio : il montaggio – esercizi per impadronirsi del linguaggio : il gioco delle pause / salto di cadenza

4 : POLIRITMIA / INDIPENDENZA NELL’ASCOLTO – esrcizi di poliritmia : ascolto le parti comuni – esrcizi di poliritmia : imparo ad ascoltare l’interpretazione delle pause (imparo ad ascoltare cosa fanno gli altri durante le mie pause) – esrcizi di poliritmia : consolido l’indipendenza della pulsazione comune (ascolto il dialogo per poterne seguire le evoluzioni ma non mi faccio condizionare nella coerenza con la pulsazione)

come al solito work in progresssssss